Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Helmut Marko e la sofferta via fino al successo

Helmut Marko e la sofferta via fino al successo

Nel 1972 c’erano due austriaci in Formula 1: Niki Lauda ed Helmut Marko. Uno dei due pareva destinato a diventare presto un campione, ed era Marko.

2 luglio 1972, Clermont Ferrand.
In Formula 1, Helmut Marko corre con la BRM, ancora senza grandi risultati.
La BRM ha l’abitudine di schierare a ogni gara diverse vetture e a Marko, che è l’ultimo arrivato, tocca sempre la vecchia e poco competitiva P153. Una monoposto che non era un eccezionale nemmeno due anni prima, quando era appena uscita.

Helmut fa quello che può. In qualifica arranca sempre nelle retrovie, in gara – approfittando dei tanti ritiri delle gare dell’epoca – a volte riesce a risalire posizioni. Nella gara di Montecarlo la sua gara migliore, è ottavo.

A Clermont Ferrand, però, riesce a farsi dare il nuovo e più competitivo telaio, e i risultati si vedono: sesto in prova e subito quinto all’inizio della gara. A quel punto, però, la storia di Marko sta per prendere una svolta pericolosa.

Un passo indietro.

Helmut è nato a Graz, il 27 aprile del 1943, da una famiglia benestante. L’amore per la velocità, come per molti giovani della sua generazione, è qualcosa che lo divora. Fa amicizia con Jochen Rindt, uno che dalle corse avrà tutto, nel bene e nel male. Corrono la notte, per le strade di città, con vetture truccate alla bell’e meglio in gare clandestine.

In una di queste, Marko distrugge la sua prima macchina. Il padre, a quel punto, mette le cose in chiaro: non finanzierà la sua passione. Helmut allora si laurea, in giurisprudenza, e per un po’ mette la testa a posto, facendo la vita del bravo ragazzo. Ma il demone dalla velocità è sempre lì, sulla sua spalla, a sussurrargli di correre veloce, sempre più veloce.

Il 1967, a quel punto, non è solo l’anno della laurea, ma anche quello in cui inizia a correre sul serio, in Formula Vee. In pochi anni, Helmut gareggia ovunque, mettendo in mostra grandi doti naturali. È giovane, biondo, coi capelli lunghi e azzurri occhi di ghiaccio. E va forte.

Nel 1971 Marko si toglie due grandi soddisfazioni: vince a Le Mans e debutta in Formula 1. In quegli anni la vittoria nella ventiquattrore francese equivale alla celebrità. Helmut è ormai considerato un astro nascente dell’automobilismo. Nel 1972 è confermato alla BRM, con buone speranze di crescita, ma non gli basta.

Con l’Alfa arriva secondo alla Targa Florio, con una rimonta micidiale – ma non sufficiente – sulla vettura vincitrice, la Ferrari 312 PB di Arturo Merzario e Sandro Munari. Enzo Ferrari lo fa provare e lo sceglie per l’anno dopo. Correrà con le sport, con un’opzione per la Formula 1. Poi arriva il 2 luglio del 1972 e quella maledetta gara a Clermont Ferrand.

2 luglio 1972, Clermont Ferrand.

All’ottavo giro Peterson lo supera, ma Marko gli rimane incollato. Ronnie va largo in una curva, sparando polvere e pietre. Un sasso colpisce la visiera del casco di Helmut e gli finisce in un occhio.

Ancora oggi è diffusa la teoria per cui a sparare il sasso sia Emerson Fittipaldi, in realtà è lo stesso Marko, in un’intervista, a parlare di Ronnie, dicendo che lo stesso pilota si disse poi molto dispiaciuto per l’incidente.

“Un anno dopo si disse molto dispiaciuto. Era un signore. L’ho apprezzato molto. Non aveva alcuna colpa. Era andato largo senza volerlo, non ci aveva guadagnato niente, a farlo. Solo che ci ho perso io” dichiara infatti Marko.

Resistendo al dolore, Helmut riesce ad accostare, poi sviene.
La sfortuna e le cure poco tempestive lo condannano: Marko perde l’occhio e la sua carriera di pilota finisce lì.

Per settimane, tra dolori atroci e false speranze, Helmut Marko cova l’illusione di tornare quello di prima. Poi, a un certo punto, l’austriaco deve ammetterlo con se stesso: non sarà mai più un pilota.

Dopo le corse: il karma di un vincente.

Marko diventa un uomo d’affari e gestisce due alberghi di famiglia; la vita che inizialmente il padre aveva scelto per lui, alla fine lo raggiunge. Helmut, per seguire il suo sogno, ci ha rimesso un occhio, non in senso figurato. Ma la passione per le corse rimane sopita solo per un po’. Tra gli anni Ottanta e Novanta, Helmut Marko torna nel giro come manager di giovani piloti austriaci.

Gerhard Berger e Karl Wendlinger, per fare due nomi di livello. Per un po’ mette su anche un team di Formula 3000, con cui vince il titolo nel 1996. Il pilota è Jorg Muller, un onesto mestierante delle quattro ruote che, dopo quel trionfo, non riesce a incidere.

Come in tutte le storie di fallimenti che amo raccontare, il destino ha in serbo per Helmut Marko ancora una curva. Stavolta, però, la svolta è molto più dolce di quella di Clermont Ferrand. Gestendo i suoi alberghi, Marko un giorno fa amicizia con un cliente. L’uomo è Dietrich Mateschitz, signore e padrone della Red Bull.

Una chiacchiera tira l’altra ed Helmut Marko si ritrova a diventare un pezzo grosso della squadra di Formula 1 di Mateschitz. Come membro del team, Marko otterrà finalmente i successi che gli erano sfuggiti come pilota.

Ancora oggi, Helmut Marko è una figura di primo piano all’interno della Red Bull, uno dei primi a scommettere su Verstappen. Molti tifosi hanno una brutta opinione su di lui: le opinioni, tuttavia, non hanno mai ucciso nessuno. Tantomeno hanno impedito ad Helmut Marko di raggiungere grandi successi.

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