Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Rod Evans e i Deep Purple, da rockstar a millantatore

Rod Evans e i Deep Purple, da rockstar a millantatore

Tutti conoscono i Deep Purple: la band inglese ha rivoluzionato il mondo del rock agli inizi degli anni Settanta. Coi Led Zeppelin e i Black Sabbath diedero la stura al movimento del rock duro e gettarono i semi per quello che dopo qualche anno sarebbe diventato l’heavy metal.
Nessuno, però, conosce Rod Evans.

Eppure il buon Rod fece parte della band per ben tre album; non solo, era coi Deep Purple fin dagli esordi non proprio fortunatissimi, dopo che Blackmore e Lord in persona lo avevano scelto tra decine di voci provinate.

Shades of Deep Purple, The Book of Taliesyn e Deep Purple; questi sono gli album a cui Rod prestò voce e carisma, doti che aveva in abbondanza. Album di qualche successo negli Usa – ma anche lì con una parabola da subito discendente – e passati praticamente inosservati in patria.

Oggi godono di una blanda rivalutazione, ma cosa non ne gode di questi tempi?

A quell’epoca la band inglese era estremamente diversa da quella che avrebbe riempito gli stadi per anni, garantendo guadagni impensabili e uno stile di vita eccessivo da rockstar ai suoi componenti. Il suono era lontano dai fasti hard rock, una sorta di miscuglio tra pop, beat, psichedelia e qualche sfumatura progressive, genere che allora non era nemmeno nato.

La voce di Evans, meno incline ai falsetti e alle urla belluine del successore Ian Gillan e più impostata, era troppo educata – datata, addirittura – per il percorso che Ritchie Blackmore e Jon Lord avevano in mente per la loro creatura.

Un percorso accidentato, che mirava a far convivere la musica classica e il rock duro; lunghe cavalcate strumentali e i duelli tra la chitarra di Blackmore e l’organo di Lord.
Un percorso che richiedeva un frontman in grado se non di rivaleggiare con l’impareggiabile carisma di Robert Plant e Ozzy Osbourne, almeno di rimanere in scia.

Dopo Deep Purple, fiasco totale a livello commerciale, avvenne la prima di quelle rese dei conti che avrebbero caratterizzato l’intera vita della band britannica: via Rod Evans e il bassista Nick Simper, dentro Ian Gillan e Roger Glover.

Lo sgraziato anatroccolo che fino ad allora aveva centrato un solo successo – la cover di Hush – si sarebbe trasformato nello spietato e bellissimo cigno di In Rock, di Smoke on the Water. Lo stesso della rivalità ancora oggi viva tra loro e i Led Zeppelin.
Rod Evans aveva visto nascere il progetto e cantato da par suo pezzi come Mandrake Root; brani che già contenevano i prodromi del suono futuro, non fece mai parte del periodo d’oro. Si dovette accontentare delle briciole guadagnate fino ad allora.
All’inizio trovò posto abbastanza velocemente con una band che pareva poter dare filo da torcere a quella che sarebbe passata alla storia come la Mark II dei Deep Purple, i Captain Beyond. Un gruppo dal solido tiro hard e composto da altri fuoriusciti eccellenti.

Il complesso – americano – mischiava in modo inusitato jazz, hard rock, psichedelia e prog, come avevano in programma di fare gli stessi Deep Purple.
La loro storia, tra frenetici cambi di formazione e tanti alti e bassi, dura ancora oggi; la permanenza di Evans, solo per i primi due dischi.

È il 1973, e da allora le tracce di Rod si perdono, come perduta era la sua grande occasione di diventare una star mondiale. Fino al 1980, almeno; il suo ritorno sulla bocca di tutti sarà quantomeno grottesco, la quintessenza di un talento nato per correre incontro ai fallimenti a braccia aperte.

In quegli anni i Deep Purple – dopo una serie vorticosa di cambiamenti, tragedie e litigi – si sono sciolti; in America, due manager con un folto pelo sullo stomaco, William Morris e Steve Greenberg, decidono di approfittare della situazione e di creare una sorta di cover band chiamata New Deep Purple, con cui imbrogliare quello che da loro è ritenuto un pubblico di gonzi.

Un manifesto dei New Deep Purple, qui senza New

Ci hanno già provato qualche anno prima, i due, mettendo in pratica la stessa idea coi defunti Steppenwolf, quelli di Born to be Wild.

Forti della presenza di due membri originali, avevano dato vita ai New Steppenwolf, – notare la sottile fantasia – andando avanti per un po’ prima che la cosa degenerasse tra denunce e una causa persa.
Per replicare la trovata hanno bisogno anche stavolta di qualche nome altisonante; si ricordano di quella prima versione dei Deep Purple, visto che all’epoca gli altri membri sono impegnati in proficue carriere parallele. Nick Simper fiuta la truffa e declina in tutta fretta; Rod Evans, che secondo molti aveva lasciato il rock per la professione medica, evidentemente ha ancora il dente avvelenato e accetta, lanciandosi anche in bislacchi proclami in cui rivendica il ruolo di leader della band; poco importa che ne avesse fatto parte quando non li conosceva praticamente nessuno.

Presentandosi come New Deep Purple – con New scritto piccolo piccolo – e reclutando musicisti semi-sconosciuti, questa sorta di Armata Brancaleone del rock porta avanti la propria avventura picaresca tra Usa e Messico per parecchi mesi. Gli ex compagni dei tempi andati la prendono quasi a ridere, impegnati come sono con le loro nuove band; i discografici che ancora fanno begli affari coi diritti d’autore no. Loro la prendono decisamente sul serio.

Nonostante Evans e i nuovi soci millantino diritti – spingendosi a presentarsi a volte come i veri Deep Purple e sciorinando parte del repertorio delle formazioni successive a quella originale di Rod – la giustizia la pensa diversamente.
Il caso fa giurisprudenza, nel campo, e le sanzioni sono severissime. Talmente salate che nessuno ha i soldi per farvi fronte, al punto che l’incauto Evans si gioca anche i diritti d’autore sugli album a cui aveva effettivamente partecipato.
Per Rod è una vera Caporetto, ha perso in un colpo passato, presente, futuro e anche la faccia.

Da allora di lui non si sa più nulla; Rod Evans diventa una nebulosa leggenda al pari di altre rockstar morte che qualcuno ancora pretende di aver avvistato in qualche paese esotico. La sola differenza è che lui è vivo.
Nel 2015, rispondendo a una domanda, il batterista dei Captain Beyond Bobby Caldwell afferma di essere in contatto col misterioso cantante; ora lavora in ambito medico e che se la cava bene.

Piace pensare che sia così. L’anno dopo, però, quando Rod Evans viene inserito nella Rock and Roll Hall of Fame durante l’annuale proclamazione, non si presenta alla cerimonia.

Rod Evans era un uomo che aveva tutte le carte in regola per stare nell’Olimpo degli Dei del rock. Pochi invece lo ricordano e spesso solo per il suo zoppicante tentativo di riprendersi quello che il destino – o la poca accortezza – gli avevano tolto.

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