Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Roberto Palpacelli, storie di tennis e dissolutezza

Roberto Palpacelli, storie di tennis e dissolutezza

Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla, la citazione è di Ernest Hemingway, ma pare scritta apposta per la storia di Roberto Palpacelli; una storia di talento sprecato e dissoluzione, di quelle che a leggerle fanno venire i nervi, tanto che verrebbe voglia di piantarla lì, senza sapere come va a finire.
Perché tanto con Palpacelli, andava a finire sempre allo stesso modo: male.

Una cosa è avere talento. È un’altra cosa scoprire come usarlo.
Quest’altra citazione, sicuramente meno lirica, è di Roger Miller. Assieme a quella di Hemingway basterebbe per tracciare l’intera biografia di Palpacelli, ma forse è meglio partire dall’inizio. Da Pescara, in quel giorno del 1970 quando il piccolo Roberto viene alla luce.

Il padre è Giovanni Cecio Palpacelli, piccoletto anconetano che ci sa fare col pallone e si fa rispettare come ala destra nel Cosenza, in serie C1; non andrà più in alto, Cecio, perché ha la testa sulle spalle; si innamora di una ragazza di Città Sant’Angelo, Franca, e molla il pallone per un posto in banca e una vita vista mare a Pescara.
Il figlio prenderà da lui il talento, forse anche molto di più, ma non certo il buon senso.

Palpacelli cresce di fronte al Circolo Tennis della sua città, e dimostra subito di saperci fare. Fisico asciutto e scattante, braccio fatato, piedi che mulinano metri a ritmo di samba e una predisposizione naturale che è tipica dei grandi. Anche col pallone è fortissimo, ma il suo sport è il tennis, lo sport individuale per eccellenza. L’ideale per il suo ego ipertrofico che maschera un’insicurezza ancora più grande.

Ma Roberto – fin da subito – si mette in luce anche per la sua tremenda irrequietezza, quasi che una bestia dentro sé divorasse tutto il buono e il cattivo che combina.

Se tante storie di fallimenti, di sconfitte, celano un insegnamento a rialzarsi e a perseguire gli obiettivi anche quando non si riesce proprio a raggiungerli, quella di Palpacelli è più scivolosa e infida. Certo, ai tanto vituperati giorni nostri, con meno poesia e più efficienza, gli scatti di nervi di quel ragazzino gli avrebbero attirato l’interesse non solo dei talent scout ma anche di terapeuti, e probabilmente sarebbe stato meglio così.

Ma la storia di Roberto Palpacelli, detto il Palpa non è destinata a risolversi in modo razionale: la sua vicenda è quella di un tennista che si crede il migliore, e che forse avrebbe potuto esserlo, a tal punto che non sente il bisogno di dimostrarlo.

Si accontenta di vincere oscuri tornei Open, Palpacelli, quelli vicino casa, a San Benedetto del Tronto, soprattutto, dove si trasferisce al seguito della carriera paterna dopo una parentesi a L’Aquila.

Roberto è il primo del cortile di casa, col pubblico che accorre a vedere solo lui e gli organizzatori che lo corteggiano pagandolo sottobanco; lui ripaga tutti col suo spettacolo sempre diverso e sempre uguale. Colpi da maestro, come la famosa biscia, un dritto in chop che muore appena tocca terra, e colpi di testa, come quando colpisce lo smash col manico della racchetta o quando si mette a litigare con qualche signore in mezzo al pubblico.

Ma quando c’è da fare il salto di qualità, il Palpa si scioglie davanti alla sua insicurezza mascherata da strafottenza. Panatta e Bertolucci lo vorrebbero a Roma, per farne un Top 100 che se la può giocare coi migliori; per loro il braccio è quello giusto.
Ma il Palpa sbatte la porta, per lui quella vita è come stare in un lager, e se ne va.
Incrocia il treno di Riccardo Piatti, allenatore anarchico che alleva giovani fuori dai circuiti ufficiali, lo stesso che ai giorni nostri scopre Sinner, ma perde anche quello.

Decide di provarci con un Club di Bologna e quelli lo mandano in India a guadagnare punti ATP coi soldi per alberghi, voli e tutto quanto. Risultato: Palpacelli li spende tutti in eroina, rifiutando di giocare su quei campi fatti impastando terra e sterco.

Già, l’eroina.
Perché il demone che non gli dà pace ha preso a nutrirsi di droga, compagnie sbagliate e alcol. Palpacelli vuole provare tutto e non si fa mancare niente: eroina, da sniffare o dritta in vena, cocktail di sua invenzione, sigarette normali o corrette e birra a go-go prima di entrare in campo.
Negli Open continua a vincere, conservando lo status di star della provincia, ma quando si tratta di fare sul serio, Roberto delude tutti, puntualmente.

La verità – lo dice lui stesso nel suo libro-confessione – è che il tennis di alto livello non gli interessa più di tanto: lui vuole vivere al massimo la sua vita spericolata e i tornei locali sono il modo per tenersi a galla e guadagnare i soldi per continuare la vita come la intende lui.

Ricorda un po’ la storia di El Trinche, quella di Palpacelli, il campione argentino che poteva essere Maradona prima di Maradona, ma non voleva abbandonare la sua amata Rosario e passò tutta la carriera tra leggende metropolitane, l’ostinato culto di pochi eletti e le serie minori.

E così Roberto passa da una vittoria occasionale contro Top 100 o futuri campioni che incrocia per caso; un incidente in moto e denunce per aggressione; amici che si perdono per strada, storie sentimentali e beghe familiari; tentativi di disintossicazione e ricadute terribili. Lo salvano da un’overdose in mezzo alla strada iniettandoli l’adrenalina direttamente nel cuore come a Uma Thurman in Pulp Fiction.

Lui, quarantenne dal fisico miracolosamente intatto, porta dalla serie C alla A il Tennis Club di Mosciano Sant’Angelo.

Oggi Palpacelli ha passato la boa del mezzo secolo, col fisico che gli presenta di tanto in tanto il conto di tanta dissolutezza, ma pare aver trovato la quadratura del cerchio: è tornato a Pescara, ha una compagna e un figlio e insegna ancora tennis nella sua amata e odiata San Benedetto. Il suo destino, tanto simile a quello di un altro genio, Andrea Pazienza, per luoghi geografici, talento visionario e dipendenze, non ha previsto i fuochi d’artificio, ma qualcosa di simile a una specie di lieto fine sì.

E, del resto, Roberto Palpacelli, quello che se solo avesse voluto sarebbe stato il migliore di tutti, e che ha passato una vita a metà tra Bukowski e Ed Bunker, dice che rifarebbe ogni cosa e che adesso è felice così, alla faccia dei rimpianti.
Il tennis – dice – gli ha salvato la vita, più di una volta, e gli dà ancora la possibilità di giocare e, ogni tanto, stupire tirando la sua celebre biscia.

Perché non dovremmo credergli?

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