Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Jiro Sato, la tragica storia del tennista samurai

Jiro Sato, la tragica storia del tennista samurai

Stretto di Malacca, 5 aprile 1934

Lo stretto di Malacca è un corridoio marino che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della Malesia; è lì che pone fine ai suoi giorni il più forte tennista giapponese della sua generazione, Jiri Sato.

L’Hakone Maru è un piroscafo battente bandiera giapponese che solca il tratto dell’Oceano Indiano; la serata è calda e tranquilla. La sala da pranzo non è lussuosa ma perfettamente arredata; due lampadari luccicanti, specchi ovunque che sembrano raddoppiare lo spazio e pareti colorate d’azzurro, proprio come il mare.
Un’orchestrina allieta la cena del comandante e dei suoi ospiti, la squadra giapponese di Coppa Davis. Nessuno può immaginare che si stia per consumare una delle più grandi tragedie della storia del tennis.

Wimbledon, 28 giugno 1932

A Wimbledon – allora come oggi il più prestigioso torneo di tennis dell’anno – sono in programma i quarti di finale. C’è grande curiosità per l’incontro di Sidney Wood, il detentore del titolo. L’anno prima l’americano, per la prima volta nella già lunga storia del torneo, ha vinto senza disputare la finale; il connazionale Frank Shields ha infatti dato forfait all’ultimo minuto. Sidney Wood è ben deciso a dimostrare che la sua vittoria non è dovuta al caso ed è arrivato ai quarti di finale in maniera piuttosto baldanzosa. Di fronte a lui un giocatore giapponese, poco più di una formalità, si pensa. Jiro Sato è un giovane tennista che già l’anno prima si è distinto sui prati di Londra, tuttavia nessuno pensa a una sorpresa.

Sato gioca un tennis rivoluzionario per il Giappone, ispirandosi ai moderni giocatori occidentali. Fin dagli anni ’20 i ragazzi giapponesi imparano il tennis allenandosi con le cosiddette spaldeen, palle di gommapiuma molto leggere che richiedono un gioco fatto di rotazioni e potenza esasperate; Shimizu e Harada sono grandi esponenti di questo particolare approccio alla racchetta. Sato no, dopo avere assistito a esibizioni di tennisti di grido francesi e inglesi, sceglie di adottare un tipo di gioco più moderno; il rovescio è elegante, mentre il diritto è giocato in grande anticipo sul rimbalzo. Ma gli assi nella manica di Sato sono il servizio – che già allora riesce a scagliare oltre i 210 km/h – e il gioco di volo, doti essenziali per imporsi sull’erba, la superficie più veloce.

Tra la sorpresa del pubblico, Satoh dà una vera lezione di tennis al campione in carica, e in quattro set si assicura la semifinale. Mai troppo solido mentalmente, cederà a Bunny Austin in tre veloci set; eppure, una nuova stella sembra possa essere nata.

Prefettura di Gunma, Giappone, 31 dicembre 1933

È l’ultimo giorno dell’anno e Jiro ha fatto le cose per bene; l’atmosfera è quella giusta e, al netto delle differenze culturali, la scena potrebbe ricordare una di quelle dei film romantici di Hollywood. Jiro ha scelto l’ultima notte dell’anno per chiedere alla sua amata di sposarlo. Sanaye Okada, la sua bellissima fidanzata, è a sua volta una stella del tennis nel paese del sol levante. I due giocano il doppio misto assieme e, nelle lunghe trasferte tra Europa, Stati Uniti e Australia, si sono innamorati.

Il 1933 è stato un anno ambiguo per Sato; la vera e propria esplosione non è arrivata. Certo, Jiro è arrivato di nuovo in semifinale a Wimbledon e anche sulla terra di Parigi, al Roland Garros. Alla fine dell’anno gli esperti gli hanno assegnato il terzo posto in un ranking mondiale che non è ancora regolato dai moderni punteggi ATP. C’è però un’ombra sulla sua bella stagione, l’onta subita in Coppa Davis, la Lawn Tennis Challenge, come la chiamano allora.

L’imperatore sta facendo del Giappone una grande potenza mondiale e tutti vorrebbero che Sato e compagni facessero del paese una potenza anche in Coppa Davis.

La semifinale vede la nazionale opposta agli abilissimi australiani, sulla distanza dei cinque incontri. Dopo la prima giornata il Giappone conduce per due a zero, ma il sabato – giornata tradizionalmente dedicata al doppio – qualcosa nella testa di Sato si rompe. Il servizio non funziona e in più Jiro sbaglia una serie di smash; sono i suoi colpi migliori. L’Australia recupera e si porta sul due pari. L’incontro decisivo è tra Sato e Crawford; il giapponese si danna l’anima, ma dopo una battaglia di cinque set cede. La pressione di portarsi sulle spalle le aspettative di un paese come il Giappone, che difficilmente accetta il disonore, lo ha fiaccato e infine spezzato.

Sato è talmente provato che progetta di prendersi un anno sabbatico, sposare la sua bella Sanaye e magari costruire qualcosa oltre il tennis, la Davis e le sue pressioni. Chiede espressamente di non giocare la competizione a squadre; la soffre, il giovane Jiro. Se già le attese sono spasmodiche quando gioca per sé stesso e non per altri, diventano insopportabili quando si trova a difendere l’onore dell’intera nazione.

La federazione però è irremovibile: tutti contano su Satoh per provare un nuovo assalto alla prestigiosa gara a squadre.

Ma un’altra vicenda sta piegando la psiche non certo equilibrata del giovane di Gunma; la sua è una famiglia all’antica, di nobili origini, niente affatto intenzionata a dare l’assenso alle nozze con Sanaye Okada. Sato si trova sempre più stritolato in un ingranaggio da cui non riesce a trovare vie d’uscita: da una parte le pressioni del tennis, dall’altra il rischio che la famiglia spezzi il suo sogno d’amore.
Alla fine decide – pressato anche dalla fidanzata – di accettare la convocazione in Coppa Davis e si imbarca coi compagni sulla Hakone Maru.

Stretto di Malacca, 5 aprile 1934

Al tavolo del Comandante Kurita l’atmosfera è serena; non capita tutti i giorni di cenare con delle vere glorie dello sport nazionale. Tuttavia, qualcosa guasta a mano a mano la tranquilla convivialità: i minuti passano e una sedia rimane vuota, quella di Jiro Sato.

Miky Tatsuyoshi, il capitano della squadra di Davis, ordina di andare a chiamare Sato nella sua cabina; il giovane è poco sereno, lo si è visto dall’inizio della navigazione, ma disertare una cena ufficiale è inaccettabile.

La cabina è chiusa, presto si raduna un capannello di persone e qualcuno riesce ad aprire. All’interno tutto è tranquillo e in perfetto ordine, ma degli inquietanti particolari gettano subito una luce sinistra sulla situazione. Su una sorta di altare improvvisato brillano alcune candele. Delle orchidee adornano l’ambiente; vicine, foto del padre e dell’amata fidanzata. Su una tovaglia bianca sono deposti dei dolcetti, un’offerta tradizionale agli dèi. Sulla parete una bandiera giapponese.

Saltano fuori due lettere, una per il comandante e l’altra indirizzata ai compagni; la prima è di scuse per lo scompiglio che si verrà a creare, la seconda dice: “Anche se non sarò con voi fisicamente, sarò accanto a voi in spirito”. Entrambe annunciano i propositi suicidi del giovane campione.

Il piroscafo è messo sottosopra ma Sato non si trova. In serata il comandante fa diramare una comunicazione radio verso Kobe: Jiro Sato si è suicidato gettandosi dal ponte della Hakone Maru. Il suo corpo non verrà mai ritrovato.

Alla fine, il guerriero di tante battaglie vinte sul campo ha ceduto al peso di un intero paese sulle spalle, o almeno a quello che lui sentiva di dover portare. La sua fragile psiche è stata schiacciata dalla responsabilità e da un malinteso senso dell’onore. Una fine degna di un samurai; se più epica o più stupida lo può decidere ognuno di noi, nel proprio cuore.

New York, 6 settembre 2014

Sul centrale di Flushing Meadows sono in programma le semifinali degli U.S. Open, l’ultimo torneo del Grande Slam dell’anno. Sono passati 81 anni da quando Jiro Sato raggiungeva le semifinali di Wimbledon, l’ultimo grande risultato di un tennista giapponese. Dopo la sua tragedia, il Sol Levante avrebbe conosciuto solo disfatte.

Opposto a Novak Djokovic – uno dei più grandi campioni della sua generazione – un giovane samurai dal tennis velocissimo e la fascia da guerriero, Kei Nishikori. Il Giappone è di nuovo in semifinale. Chissà se Kei avrà ripensato a quella vecchia storia di ottant’anni prima, o se Jiro avrà gettato il suo sguardo benevolo sulle futili faccende umane, fatto sta che stavolta è il samurai ad avere la meglio sul robot serbo: 6-4, 1-6, 7-6, 6-3.

Per la prima volta il Giappone è in finale in un torneo major; poco importa che il giorno dopo Marin Cilic, gigante croato dallo sguardo buono, impedisca l’atteso lieto fine della fiaba nipponica. Il Giappone può tornare a guardare al tennis con meno malinconia, e forse anche lo spirito di Sato può finalmente avere pace, alleggerito della responsabilità che lo perseguitò in vita.

Articolo pubblicato in origine su Auralcrave, a questo link.

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