Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Leone Jacovacci, condannato all’oblio dal fascismo

Leone Jacovacci, condannato all’oblio dal fascismo

A Milano, negli anni Settanta, in una palazzina del centro lavorava un portiere di colore; era la Milano di Scerbanenco e dei poliziotteschi, una città dura e internazionale, e nessuno si stupiva certo di un nero che svolgesse quel lavoro. Il suo accento romanesco, invece, quello sì che sorprendeva: quell’uomo era Leone Jacovacci.

Poteva essere il campione del mondo cantava Bob Dylan a proposito di Robin Carter in Hurricane; e Leone Jacovacci poteva essere una leggenda vivente, uno di quei pugili osannati anche in vecchiaia. Uno di quelli per cui a Hollywood fanno a botte per raccontarne le gesta in qualche film; Leone, però, era stato sfortunato. Lui aveva vissuto la sua giovinezza e la sua carriera nell’Italia della prima metà del Novecento, quella in preda all’insensata sbornia fascista.

Leone era nato in Congo, per l’anagrafe nel 1902, nella realtà forse un po’ prima. Il padre Umberto, romano de Roma, era un ingegnere che era fuggito dalla capitale per cercare fortuna in Africa. La crisi economica della Banca Tiberina aveva travolto Roma, e di lavoro – per un giovane ingegnere – non ce n’era. Il Congo era allora una sorta di terra promessa e l’Italia era in piena espansione coloniale.

Nel paese africano, come era barbara usanza allora, Umberto si accompagna con la figlia di un capo tribù che probabilmente all’epoca non ha più di dodici anni. Nascono due bambini, Leone e Aristide. Quando Umberto torna a Roma li porta con sé; secondo alcuni li strappa all’affetto di Zibu Mabeta, la principessa di etnia Babuendi madre dei ragazzini; secondo un’altra versione la donna è invece morta per la malattia del sonno.

Leone viene quindi cresciuto da Umberto e dai nonni paterni; il ragazzino è irrequieto, pare avere l’argento vivo addosso.

Viene iscritto al collegio ma puntualmente fugge e torna a casa, a nemmeno dieci anni. L’Italia non è ancora in preda al delirio fascista, ma non sono comunque anni facili per un ragazzo dalla pelle nera, visto che la retorica colonialista impone ben altra visione sulle razze.

Leone allora si imbarca, forse a Napoli, forse a Taranto, come mozzo su una nave inglese.
Come John Douglas Walker e come nero inglese, le cose sembrano più facili. Leone John ha però un dono: è un pugile naturale, di quelli che paiono nati per boxare, anche senza scuola e allenamenti. Una sera c’è da combattere un incontro e il nero americano sfidante forfait all’ultimo momento. Cambiato il nome in Jack – in onore del celebre Jack Dempsey – Leone viene reclutato per salire sul ring.

Basta che resista pochi round, a metà tra combattente e figurante, e la paga è assicurata.

Leone, però, fa di più: manda l’avversario al tappeto, lungo disteso e sconfitto. In quegli anni il pugilato è uno sport popolarissimo, per quanto ancora non ben strutturato. Si combatte tantissimo, in riunioni di quartiere settimanali, e si scommette forte, specie in Inghilterra. Gli incontri a volte si trasformano in spettacoli da arena, coi pugili che diventano veri e propri gladiatori. Il pubblico urla, lancia monetine e oggetti, le sfide si protraggono fino a venti round; non di rado, qualcuno ci lascia la pelle.

Leone Jack Walker è imbattibile, infila una serie di vittorie che pare infinita. Non è molto tecnico, ma è potente e dotato di grande talento naturale. Gli mettono davanti Roland Todd, uno che manda al tappeto gli avversari senza tanti giri di parole e lui lo butta giù come una pera cotta per quattro volte, subito. Quello, però, si rialza ogni volta e alla fine, con l’esperienza, vince.

Leone manda a memoria la lezione e si trasferisce – in preda alla sua irrequietezza – in Francia. Anche qui infila una striscia di venticinque vittorie di seguito. Una volta lo mandano a combattere a Milano – dopo aver boxato in mezzo mondo, Argentina compresa – contro il campione Bruno Frattini. Jacovacci domina, ma ai punti vince misteriosamente l’avversario: è l’Italia fascista, e i fascisti il nero lo amano solo sulle camicie.

Durante una delle ultime riprese, poi, lo straniero Walker si rivolge a un secondo così: “Sbrigate, damme l’acqua!”.

L’inglese è in realtà un romanaccio purosangue de Roma, è il segreto di Pulcinella. Leone decide allora di richiedere la cittadinanza italiana, così da poter competere per i titoli più prestigiosi col suo vero nome e per il suo paese.
Ma nell’Italia del Ventennio non è così facile.

Edoardo Mazzia, membro del comitato centro-meridionale, gli consegna subito la tessera di combattente, ma il Partito Fascista non ci sta. Può un pugile dalla pelle nera rappresentare l’italico orgoglio e l’audacia dei fasci? Ovviamente no, visto che si cerca di far passare il messaggio della superiorità di razza del nostro popolo. Mazzia viene estromesso dalla questione e la cittadinanza rimane una chimera, mentre Jacovacci spreca anni di carriera sospeso in una sorta di limbo da apolide.

I romani lo amano, il suo slang trasteverino sorprende e diverte, lui è molto simpatico e sanguigno e sul ring è fortissimo. Batte in Francia Clement, campione d’Europa, ma deve rinunciare al titolo perché non ha la cittadinanza. Alla fine di un tira e molla estenuante, Leone Jacovacci riceve l’agognato documento e può sfidare il campione nazionale Mario Bosisio. L’atleta è orgogliosamente fascista, e il partito vede in lui la perfetta rappresentazione dell’imbattibile razza italica.

È il 16 ottobre del 1927 e Leone Jacovacci domina, pur non mandando al tappeto Bosisio.

Il verdetto è scontato: vittoria ai punti per Leone. Oscuri maneggi fascisti fanno però commutare clamorosamente la decisione in un pareggio, e il titolo rimane a Bosisio.
Nel giugno dell’anno dopo, in uno Stadio Nazionale che trabocca di gente, Jacovacci si prende la rivincita e batte – stavolta senza stravolgimenti – il campione, conquistando il titolo italiano ed europeo insieme.

Mantiene i titoli in alcune occasioni, ma l’onta che i fascisti hanno patito non può rimanere impunita. Da quella sera a Roma, Leone Jacovacci subisce sempre più l’ostracismo del regime: un meticcio, un mezzosangue, che batte l’italico rappresentante della razza. Inaccettabile.

Leone Jacovacci conclude malinconicamente la sua carriera pochi anni dopo; torna in Francia dandosi addirittura al catch, una mezza pagliacciata che prelude all’odierno wrestling. La sua storia, una vicenda che farebbe la gioia di qualsiasi cineasta, viene dimenticata, completamente sepolta nell’oblio per decenni. Eppure Leone, che ha trovato impiego come portiere a Milano, conserva tutto. Coppe, trofei, ritagli di giornale e soprattutto il ricordo e l’orgoglio per la sua carriera sportiva. Una serie di attacchi di cuore lo minano nel fisico, una volta così potente, fino alla morte, il 16 novembre del 1983.
Dimenticato da tutti e celebrato da nessuno.

Il bellissimo libro di Mauro Valeri, Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico, e il documentario Il pugile del Duce, ne riportano in auge la vicenda. Si pensa anche a un film, che per ora non ha visto la luce.

https://www.youtube.com/watch?v=KNv41y1J1cY&t=2134s

Meglio così, la vicenda di Leone Jacovacci merita di essere raccontata in un’Italia in cui – incredibilmente – odiosi rigurgiti fascisti e assurde discriminazioni razziali si affacciano ogni giorno tra le righe della cronaca.

E allora la storia dell’imbattibile Nero di Roma riecheggia nello stornello che i suoi compaesani, innamorati di lui, dedicarono a Bosisio, il pugile di regime da lui sconfitto: Nun t’arrabbia’, caro Bosisio, se Jacovacci, t’ha rotto er viso.

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