Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Racconti: Hater Parisi

Racconti: Hater Parisi

Il momento in cui l’uomo si sedeva in postazione era il più atteso della sua giornata, altrimenti scandita da orari rigidi.
Computer portatile con otto giga di RAM, poltrona da gamer, birra gelata e il browser puntato sul suo profilo di Facebook: quel profilo falso che – ah, benedetta la tecnologia! – gli permetteva di dare sfogo alle sue pulsioni bestiali.

Il nome che aveva scelto gli evocava una sottile nostalgia: Hater Parisi.
Gli ricordava quando, da ragazzino, vedeva in televisione la ballerina che sgambettava cantando le cicale e tutta quella robaccia. Lui la odiava, la riteneva una peccatrice immorale; nondimeno, però, si eccitava come un giovane mandrillo ed era ogni volta costretto a chiudersi in camera con Postalmarket e la risorsa di un polso che pareva di ferro, tant’era allenato.

L’uomo scrollava la pagina Facebook a caso.
Non appena gli capitava sott’occhio quello che cercava, si scatenava scrivendo commenti al vetriolo.
Repubblica invitava al rispetto delle norme anti-Covid? Subito appariva il commento di Hater Parisi: “Smettetela di terrorizzare! Lasciateci vivere!” ed ecco apparire cinque dieci venti cento like! L’uomo sentiva il brivido dell’adrenalina.

Un bimbo era scomparso: subito Hater si scagliava contro i genitori incapaci, ma anche contro i servizi sociali asserviti a fantomatiche lobby LGBT e non sapeva più quale altra lettera aggiungere, nell’eccitazione della pugna virtuale. Per chiudere citava Bibbiano e si portava a casa altre vagonate di like.

Se affondava un barcone, se dei calciatori si inginocchiavano o sfoggiavano bandierine multicolori, se qualche povero cristo moriva dopo essersi vaccinato, beh, Hater Parisi aveva una serie di insulti e provocazioni standard da digitare.

Un altro pezzo forte era l’arte contemporanea: bastava che gli capitasse sottomano un taglio di Fontana, un cesso di Duchamp o una merda di Manzoni e si scatenava: “Il mio gatto lo fa meglio” e “un cesso rimane un cesso” o “e quella sarebbe arte? Il mio falegname bla bla bla…”

Spesso lo insultavano, ottenendo l’effetto di farlo eccitare in modo parossistico. L’unico suo cruccio era quando qualche utente, con pazienza, argomentava gentilmente: allora andava in tilt, non sapeva più che fare e lo bloccava immediatamente.

Quel giorno Hater Parisi era al suo posto già da un po’, talmente preso da due discussioni che stava portando avanti, da non accorgersi del tempo che scorreva. La prima era su un recente femminicidio, piaga che – secondo lui – non esisteva; l’altra su una violenza: la donna – andava da sé – se l’era cercata e ora voleva marciarci.

Bussarono alla porta, facendolo trasalire: era ora di andare.

Hater Parisi – svelto come un gatto – cancellò la cronologia e spense il pc; tracannò quel che rimaneva della birra e si guardò nello specchio: mentre si pettinava con cura maniacale, si rimirò soddisfatto. Il contrasto tra il nero dell’abito talare e il bianco del collare gli era sempre piaciuto: si trovava bello.

Uscì sbattendo la porta, pronto per la messa delle sei.

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