Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Roy Buchanan, il miglior chitarrista sconosciuto

Roy Buchanan, il miglior chitarrista sconosciuto

Il 14 agosto del 1988, in una cella della prigione di Fairfax County, si concludeva l’esistenza di Roy Buchanan, il miglior chitarrista sconosciuto del mondo.

Ci sono storie che non hanno un lieto fine. Anzi, si può quasi dire che non abbiano senso, eppure sono proprio queste le storie che vanno raccontate. E questa è la storia di Roy Buchanan.

Se avete visto il film The Departed – il bene e il male, con cui Martin Scorsese vinse l’Oscar per la regia, potreste aver già sentito la chitarra di Roy senza saperlo. Siamo alla scena finale, quando Sullivan rientra a casa e viene ucciso a sangue freddo. La telecamera indugia sulla scena del crimine, poi alza lo sguardo e avanza leggermente a portarci fuori dalla finestra; un topo cammina in equilibrio sulla ringhiera e partono le note dolcissime di una chitarra elettrica. È Sweet Dreams di Roy Buchanan.

La dissonanza tra la violenza della scena e il lirismo della chitarra è in fondo simbolico della vita di Buchanan.

Nato a Ozark, Arkansas, nel 1939, Buchanan è figlio di un mezzadro e di una casalinga; in alcune occasioni avrebbe detto di essere figlio di un predicatore, certo è che il giovane Roy cresce – nonostante il trasferimento in California – in una realtà permeata da un certo modo di intendere la fede, tipico della profonda provincia americana. Il suo primo contatto con la musica si deve infatti al gospel.

Il musicista inizia a suonare a 5 anni e già da ragazzino è una sorta di prodigio; gli basta sentire un lick di chitarra una volta ed è già in grado di riprodurlo perfettamente. Sempre Roy – le cui dichiarazioni bizzarre non sono mai state il massimo dell’attendibilità – ricorda che la maestra di musica Clara Presher si metteva a piangere quando sbagliava una nota.

Roy è precoce in tutto e a 15 anni va via di casa per cercare la sua strada di musicista, armato solo della sua Fender Telecaster. Si unisce a vari gruppi, cercando di ricreare il sound grezzo che sentiva alla radio, quello di Buck Owens e Roy Nichols. L’occasione arriva a Tulsa, quando si unisce a Dale Hawkins – passato alla storia per Suzie Q, poi ripresa dai Creedence Clearwater Revival – e inizia a girovagare per il mondo del rock’n’roll che conta.

Siamo nel 1958, Roy entra in sala di registrazione per la prima volta proprio con Hawkins, alla mitica Chess, per incidere My Babe.

I due girano tutti gli Stati Uniti e il talento di Buchanan lascia sempre tutti a bocca aperta. Ma il dualismo tra l’artista e l’uomo è già segnato; oltre ai segreti del palco, Roy impara a bere, a fare a pugni e a servirsi di certe pillole per stare al passo. Il suo carattere bizzoso fa il resto.

Nel ’61 si trova con Hawkins in tour in Canada, dove conosce il cugino di Dale, Ronnie. È un altro incontro che potrebbe segnare la svolta per Roy, ma il suo destino è quello di correre parallelo al grande successo, senza mai incrociarlo.

“Se non ho mai avuto successo è perché non ho voluto. Per avere successo bisogna volerlo, mentre io volevo solo suonare la chitarra”.

Roy Buchanan

Ronnie Hawkins è accompagnato da un complesso, gli Hawks. Anni dopo cambieranno il nome in The Band e scriveranno la storia del rock. Buchanan fa solo in tempo a insegnare qualche trucco a Robbie Robertson, il quale è allibito dalla sua tecnica. Il particolare uso degli armonici, da lui inventati, lo smanettare col volume per creare una specie di wah wah ante litteram e trucchi vicini al parossismo.

Sono tutti marchi di fabbrica della Telecaster di Roy Buchanan. In quegli anni avrebbe avuto di che rammaricarsi per la nascita dei pedali degli effetti; la tecnologia aveva reso i suoi prodigi tecnici alla portata di tutti.

È il 1971 e la svolta sembra arrivare per davvero. Un documentario alla tv lo incorona miglior chitarrista sconosciuto del mondo. Improvvisamente tutti vogliono Roy, il burbero Master of the Telecaster  di Ozark. I Rolling Stones gli propongono di prendere il posto di Brian Jones; Eric Clapton – forse, potrebbe essere leggenda – di seguirlo nei Derek and the Dominos. Roy ringrazia e va per la sua strada. La Polydor lo mette sotto contratto per cinque dischi, che vanno piuttosto bene; Second Album vende 500mila copie.

Ma il mezzo lupo, come si definisce Roy, reclama la libertà e si ritira per un po’: “Cercavano di farmi assomigliare a una specie di rock star”.

Siamo nel 1981. Più di venti anni on the road, l’alcolismo e la dipendenza dalla cocaina, sette figli da mantenere e un carattere burbero se non incline alla violenza, hanno ridotto Roy a uno straccio. La Alligator, etichetta blues, lo mette sotto contratto ma fino al 1985 di registrazioni non se ne parla.

È l’anno in cui Roy Buchanan si ripresenta; a 46 anni si è completamente ripulito ed è deciso a registrare il blues che non ha mai potuto incidere prima, in libertà assoluta, finalmente.

Tra l’85 e l’88 escono forse i suoi tre lavori più compiuti: When a guitar plays the blues, Dancing on the edge e Hot wires. Il suono della chitarra è cristallino, i virtuosismi irraggiungibili per chiunque; Roy sembra rinato. Il modo in cui passa da un genere all’altro in poche battute è per molti un mistero. Blues, country, jazz e flamenco non smettono di fluire dalla sua sei corde.

Da un po’ alterna alla Telecaster anche una Gibson Les Paul e finalmente collabora con cantanti di qualità – la voce, profonda ma priva di sfumature è sempre stata il suo punto debole – come Delbert McClinton.

Tutto sembra filare a dovere, quando si ripresentano i demoni che hanno sempre seguito il chitarrista, da Ozark alla California, da Washington a tutto il mondo. Depressione, alcolismo e violenza.

Il 14 agosto del 1988 una lite familiare degenera, Roy si mette alla guida ubriaco e viene arrestato. Lo sceriffo lo lascia in cella per una notte, a smaltire la sbornia, ma qualcosa va storto. Al mattino Buchanan viene trovato morto, si è impiccato con la sua camicia.

Non è un mito del rock, eppure la sua piccola leggenda nasce già. C’è chi giura che si fosse ripulito e non si sarebbe mai ucciso, chi dice che il corpo presenta gravi ferite e che sia tutta una messa in scena della polizia. Si dice che in realtà con Roy abbiano avuto la mano troppo pesante,  che la situazione fosse sfuggita di mano e, davanti al morto, sia stato inscenato il suicidio.

Non sapremo mai come sono andate le cose, vero è che Roy aveva tentato anche qualche mese prima di impiccarsi con la cinta, a testimonianza di uno stato mentale non proprio sereno.

Più probabile che non abbia retto l’ennesima umiliazione, proprio quando un timido successo sembrava arridergli. O che i demoni l’avessero finalmente avuta vinta.

“Roy, se non suoni con sentimento, allora è meglio che smetti”.

Chissà se le parole di miss Clara, la sua prima insegnante, gli si sono affacciate alla mente, in quegli ultimi tragici momenti lontano dall’amata Telecaster.

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Inside Music.

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