Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Cervo Bianco, l’indiano che fece lo scalpo ai fascisti

Cervo Bianco, l’indiano che fece lo scalpo ai fascisti

La storia di Chief White Elk, Cervo Bianco; squallido truffatore o sorta di Robin Hood? La vicenda dell’attore e truffatore che ingannò i fascisti.

Nel giugno del 1924 l’Italia sta per conoscere il volto più feroce della scellerata e ancora giovane dittatura fascista. Il 10 di quel mese, infatti, Giacomo Matteotti sparisce nel nulla. Il deputato, uno dei pochi politici a opporsi decisamente all’odiosa dittatura di Benito Mussolini, è stato rapito e ucciso in quella stessa giornata. Il suo corpo si troverà però solo ad agosto.

In quello stesso mese di giugno, la storia con la S maiuscola s’intreccia, come spesso accade, con quella minore. Un altro personaggio fa innamorare il cuore degli italiani – e dei fascisti – per una breve stagione, dopo essere sbarcato in Italia proprio a giugno. Il suo nome è Edgar Laplante, ma lui preferisce farsi chiamare Chief White Elk. È il grande capo indiano Cervo Bianco.

Bellissimo e fiero nel suo costume di un’imprecisata tribù di nativi americani – lui si definisce un principe pellerossa – con tanto di enorme copricapo piumato, Cervo Bianco sbarca a Trieste pronto a conquistare gli impavidi – e un po’ boccaloni – cuori fascisti. Qualche mese prima, a Nizza, ha conosciuto la contessa Amalia e la contessina Antonia Kevenhuller, che si offrono di ospitarlo nella loro residenza italiana.

Cervo Bianco porta in giro per l’Europa un ideale tanto nobile quanto vago, quello di dare giustizia ai suoi fratelli nativi, oppressi dal tallone imperialista americano.

Chi meglio dei fascisti, sempre pronti all’avventura e – nella loro testa – paladini della libertà, potrebbe sostenere la sua causa? Chiunque, è ovvio, ma Cervo Bianco la sa lunga e – a suo modo – la sa anche raccontare.

Laplante, infatti, non è per niente quello che vuol far credere. Figlio di un canadese e di una nativa americana, il buon Edgar si è lasciato alle spalle in patria una scia di truffe, sempre basate sul suo aspetto, sulle capacità istrioniche e sulla sua vaga origine pellerossa. In Europa ci arriva per fare propaganda a un film in cui recita. Col suo costume, comprato alle gloriose Galleries Lafayette di Parigi, fa il suo spettacolino da “indiano” ma, a farsi passare davvero per Cervo Bianco non ci pensa nemmeno.

Quando arriva in Italia, però, Laplante si trova davanti i fascisti, sorta di bambinoni imbevuti di chiacchiere e futurismo, pronti a credere a qualsiasi cosa che non sia la realtà. E allora Edgar si fa ingolosire e diventa davvero Cervo Bianco. Il regime, va da sé, lo acclama. Parla male dell’America e si riempie la bocca di valori e ideali come onore e coraggio, cosa chiedere di meglio?

Cervo Bianco sa farsi apprezzare: incontra delegazioni dei fasci, fa il saluto romano e invoca Mussolini come unico amico della causa pellerossa, tanto che un incontro tra i due è in agenda per agosto.

Gli raccontano di D’Annunzio e dell’impresa di Fiume e lui torna a Trieste, noleggia un idrovolante e riproduce il volo del Vate.

Intanto, mentre con una mano saluta romanamente, con l’altra prosciuga il conto dei suoi nobili ospiti e di chi gli capiti a tiro. Cervo Bianco, però, è una specie di Robin Hood; quello che sottrae ai ricchi lo dà un po’ a chi capita, talmente narcisista da non riuscire a sottrarsi al bel gesto.

Chief White Elk getta contanti alle folle osannanti dalla sua finestra. Paga cene di quaranta persone a chi solo glielo chieda e riceve centinaia di lettere che implorano il suo aiuto. Il capo tribù è l’eroe delle genti, i mutilati lo vogliono nel loro circolo perché è stato ferito in guerra, i poveri gli chiedono una piccola elemosina: lui non si tira mai indietro.

Come ogni buona parabola, anche quella di Cervo Bianco non può puntare sempre in alto. Giorgio, il rampollo della casata Kevenhuller, uno che si ammazza di fatica tra un safari in Africa e una cena di gala, si accorge che in pochi mesi ha alleggerito il conto della contessa madre di un milione di Lire, all’epoca gruzzolo non da poco. Da grande capo ed eroe a inquisito il passo è breve: Cervo Bianco ripara in Svizzera ma ne ha combinate così tante che un bel mandato lo attende in ogni porto.

Alla fine, nel 1926, viene processato a Torino.
La perizia psichiatrica definisce la sua personalità come “istrionica, di un mattoide, di un bugiardo patologico”. Passa anni in carcere. Da buon Robin Hood non ha tenuto per sé nemmeno un centesimo, tanto che gli altri detenuti organizzano una colletta per comprargli un maglione.

Riesce infine a tornare negli Usa. Tra una truffa e un inganno, campa ancora fino al 1944, quando il suo cuore si ferma. Se è quello di un generoso benefattore o di un fantasioso truffatore decidetelo voi.

Tanti anni prima di lui, in Italia, erano arrivati altri pellerossa, veri, al seguito del circo Wild West di William Cody, Buffalo Bill. Erano indiani da film western, di quelli che facevano solo rumore, assoggettati al senile estro imprenditoriale dell’uomo bianco sterminatore di bisonti e portatore del sogno americano. Cervo Bianco non è un nativo vero ed è da solo, ma uno scalpo riesce a farlo. Quello dei fascisti, di cui svela la mancanza di cultura e contatto con la realtà.

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