Come insegna un vecchio caso mediatico da social, o anche qualche dichiarazione del sommo Alberto Angela, gli uomini pensano spesso all’Impero Romano. Non solo, nel caso di Muzio Scevola ci pensano e non sanno nemmeno di farlo. Su questo ci metto la mano sul fuoco.
E già, proprio “mettere la mano sul fuoco” è una locuzione che arriva dall’antica Roma e dalle gesta di Muzio Scevola. Non parliamo della Roma imperiale, ma del periodo iniziale della Repubblica, quando la Monarchia era stata eliminata e veniva vista con lo stesso occhio benevolo che si riserverebbe a una sanguisuga dentro ai boxer.
All’epoca, però, il problema principale erano gli Etruschi. Parafrasando un vecchio modo di dire genitoriale, potremmo dire: Impero piccolo, problemi piccoli. La frase “mettere la mano sul fuoco” deriva da una leggenda – spoiler: non è accaduto veramente – con protagonista tale Gaio Muzio Cordo. Dai, che lo conoscete! Se vi dicessi Muzio Scevola? Bene, ma “Scevola” verrà dopo, e se leggete capirete perché.
Siamo nel 508 a.c. e Roma è sotto assedio da parte degli Etruschi. Al comando di questi c’è Lars Porsenna che, nonostante il nome, non è un danese che vuole conquistare Roma per essere libero di prendersi il cappuccino anche a cena con la pizza, ma è il lucumone etrusco, ovvero il loro capoccia. Porsenna vede Roma come il fumo negli occhi e vorrebbe rimettere sul trono quel campione di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma di origine etrusca.
Il Superbo, che come capirete dal nomignolo, non è certo un amante della democrazia, si è ritrovato col c*lo per terra dopo che i romani, stufi dei suoi abusi, gli hanno tolto il trono da sotto.
Roma sotto assedio se la vede brutta, tanto che il nostro Gaio Muzio mette a punto un piano diabolico e geniale, che presenta in Senato: andare da Porsenna e farlo secco. Non ci crederete, ma non ci aveva pensato nessuno. È un po’ come il rasoio di Occam, solo che Gaio col rasoio ci vuole tagliare la gola a Porsenna: i romani erano fatti così, pragmatici.
Gaio Muzio, che parla l’etrusco – l’ha imparato su Duolingo – si infila tra le truppe nemiche durante il giorno di paga e ZAC! Una bella pugnalata e passa la paura. Gaio scappa ma lo prendono subito: poco male, l’importante è aver fatto secco il buon Lars. Le guardie lo portano sottobraccio in una sontuosa tenda dell’accampamento, ridendo sotto i baffi.
Indovinate chi si trova davanti il nostro eroe? Proprio lui, quella vecchia pellaccia di Lars Porsenna!
No, non è risorto senza aspettare i canonici tre giorni, la realtà è più semplice. Quel baccalà di Muzio, infatti, ha fatto secco lo scriba di Porsenna, uno che aveva imparato a scrivere perché gli pareva un mestiere senza rischi. Sembra impossibile una svista del genere, lo so, ma dovete pensare che all’epoca non è che il faccione di Porsenna fosse sui social o sulla copertina di “Forbes”.
Se gli è mancato l’occhio, Muzio recupera in astuzia.
Davanti a Porsenna, dice: “Civis Romanus sum. Volevo uccidere te… Questo è il valore che dà al corpo chi aspira a ucciderti!” e, senza pensarci troppo, mette la destra con la spada e tutto su un braciere acceso. Porsenna lo guarda prima incuriosito, poi ammirato, mentre tutto attorno si spande un profumo da braceria.
Al tempo, va detto, questi gesti teatrali da svitati facevano un sacco colpo. Sapete, tutte quelle storie su onore, dio, patria e altre sciocchezze.
Porsenna, anziché farlo accomodare in una stanza dalle pareti imbottite, è talmente conquistato che lo libera. “Tanto senza antibiotici dove volete che vada”, pensa. Il nostro Muzio, astuto come un volpino di Pomerania, ne fa un’altra delle sue.
Rivela a Porsenna un segreto che si è inventato lì per lì: “Io ero il primo di trecento nobili che hanno giurato di ucciderti. Io ho fallito, (povero scriba!) ma gli altri?” Quello è talmente fesso che abbocca e lascia l’assedio di Roma, trattando la pace. Gaio Muzio Cordo torna a Roma da eroe, anche se la destra ormai non va bene manco più per mettere la freccia con la bicicletta. Da allora sarà chiamato Scevola, ovvero “mancino”, non c’è bisogno di spiegarvi il motivo.
Mettere la mano sul fuoco, invece, diventa sinonimo di fiducia completa verso qualcuno o qualcosa, e di dedizione totale alla causa. La Gens Mucia, la famiglia di Scevola, diventa ancora più prestigiosa. La nobile famiglia Muzii, particolarmente famosa nella mia Pescara (dove abbiamo Viale Muzii, Palazzo Muzii eccetera) giura di discendere da Muzio Scevola in persona.
Io, però, non ci metterei la mano sul fuoco.
Qui altri post e storie sull’arte: Andrea La Rovere
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Dipinto: “Muzio Scevola nel campo di Porsenna” di Antonio Vigi, 1792.