Torna la nostra rubrica sulle grandi disfatte dell’antica Roma: oggi vi racconto la Battaglia di Carre del 9 giugno del 53 prima dell’era comune. Uno scontro disastroso per le forze Romane che si concluderà con la perdita di oltre 20mila uomini, tra cui Marco Licinio Crasso e suo figlio Publio.
Per capire come si arriva all’ennesimo scontro coi Parti, in quella che oggi è terra turca, bisogna dire due parole sul protagonista: Crasso. Il generale è un personaggio interessante, e ne parlerò prima o poi in modo più approfondito. Innanzitutto, è ricchissimo, di nascita e perché ha il fiuto per i soldi come un maialino ce l’ha per i tartufi. Crasso è ricco che vicino a lui Zio Paperone pare un signore benestante e nulla più.
Crasso ha però un grosso problema, che sta tutto dentro la sua testa: ha un terribile complesso di inferiorità verso i compagni di Triumvirato Cesare e Pompeo. Lui ha avuto le sue possibilità, ma ha sempre mancato il colpo della vita, la grande impresa. Ha salvato la vita a Silla, ma quello gli ha sempre preferito Pompeo; contro Spartaco, tutto sommato un’occasione da “ti piace vincere facile”, si è fatto ricordare più per la crudeltà gratuita. Si è allevato Cesare finanziandone la carriera, ma quello lo ha presto messo in ombra.
Insomma, Crasso ha soldi, savoir faire e possibilità, ma gli manca il colpo del KO, quel carisma innato che – ognuno a modo suo – hanno Cesare e Pompeo. Non solo, Crasso ha pure sessant’anni ma non si rassegna, archetipo del vecchio potente che non vuole cedere il passo alle nuove leve.
Quando tra i Parti, nemici-amici storici dei Romani, si scatena una lotta di successione tra Mitridate e Orode, a Crasso non pare vero di organizzare una campagna per sbaragliare tutto e tutti. Per l’uomo, la guerra partica è l’ultima occasione per la grande impresa, quella che lo consegni alla storia come e più di Mario o Silla, di Cesare o Pompeo.
Sarà un disastro.
Crasso si mette in marcia con 32mila legionari e 4mila ausiliari e subito ha un colpo di genio: per sorprendere Surena, generale Parto che la sa lunga, pensa di attraversare il deserto siriano: “Quello tutto si aspetta, ma non di vederci piombare dal deserto!” pensa Crasso, senza chiedersi perché a nessuno verrebbe in mente di marciare nel deserto, quando potrebbe farlo lungo l’Eufrate, con un fianco protetto e acqua quanta ne vuoi.
A questo proposito, Plutarco racconta una storia che probabilmente si è inventato dopo qualche bicchiere di troppo. Pare che tre nobili Parti si presentino da Crasso senza naso, mani e labbra, ridotti così da Orode e vogliosi di vendetta. Sono loro a convincerlo che passare per il deserto è un’ideona. In realtà fanno il doppio gioco e si sono mutilati per rendere la manfrina più credibile.
Metà della battaglia Crasso la perde prima ancora di cominciare.
L’avanzata nel deserto è penosa, gli uomini arrancano e i Parti – alla faccia dell’effetto sorpresa – li tartassano con la loro tecnica di guerra, una sorta di guerriglia basata su abilissimi arcieri. Quando si arriva alla vera battaglia, i Romani sono già stremati.
I Parti sfoggiano due armi che i Romani non sono avvezzi ad affrontare. I cavalieri “catafratti”, avversari corazzati con armature anche sui cavalli, che servono a sfondare, e gli arcieri che usano la tecnica della “freccia del Parto”. Ovvero, fingono la fuga e – con estrema abilità e precisione – si voltano al galoppo facendo partire le frecce.
All’inizio i Romani tengono botta, poi si dividono e i soldati del figlio di Crasso vengono massacrati. Crasso riesce a ritirarsi nell’accampamento e poi a rifugiarsi a Carre, demotivato e distrutto dalla pedita del figlio.
Qui, anziché prepararsi a sostenere un assedio che metterebbe in difficoltà Surena, si affida ancora a un cattivo consigliere – tale Andromaco, altro doppiogiochista – che lo induce a fuggire verso nord. Cassio, questore delle legioni in perenne disaccordo con Crasso, non ne può più: con 10mila uomini fa di testa sua e fugge da un’altra parte. Saranno gli unici superstiti.
Inseguito, Crasso si consegna a Surena che gli promette clemenza. Anzi, lo invita al matrimonio del figlio di Orode. C’è però un malinteso, l’invito è rivolto a Crasso, ma non a tutto il suo corpo. Al banchetto di nozze arriva solo la testa, ben spiccata dal resto. Secondo la leggenda, per irridere la sua ricchezza, Orode vi versa dentro dell’oro fuso.
Una punizione fin troppo cruenta per Crasso, il generale che porta Roma a una delle disfatte peggiori solo per colpa del suo complesso di inferiorità.
Oggi magari sarebbe andato in analisi o si sarebbe preso un suv, risparmiando la vita di 30mila soldati morti per niente, il motivo per cui muoiono da sempre.