Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Taxi Driver, il capolavoro di Martin Scorsese

Taxi Driver, il capolavoro di Martin Scorsese

Taxi Driver è considerato il primo capolavoro di Martin Scorsese, secondo alcuni il capolavoro. Scritto da Paul Schrader, che si ispirò a Sartre e Camus, oltre che al dramma dei veterani del Vietnam, è uno dei più grandi film della storia.

Paul Schrader alla sceneggiatura, Martin Scorsese alla regia, Robert De Niro attore protagonista. È il 1976 e i tre, nei rispettivi ruoli, sono il meglio sulla piazza. E se è vero che nell’arte due più due non sempre fa quattro, questa volta quello che ne esce fuori è Taxi Driver, uno dei migliori film di sempre.

Tutti gli ingredienti di Taxi Driver sono perfetti; Scorsese è un giovane ma già affermato cineasta, con un talento tecnico sopra le righe e idee chiare su come usare la macchina da presa. I tempi del sodalizio con Leonardo Di Caprio e del cinema di grande respiro sono ancora lontani. Schrader scrive ispirandosi alla sua vita in quel periodo, dando corpo alle inquietudini di una società, l’America del dopo Vietnam, che comincia a scricchiolare da tutte le parti.

E De Niro è semplicemente perfetto; il suo Travis Bickle entra di diritto tra i personaggi più importanti della settima arte. Anche i comprimari sono di altissimo livello; dalla stupefacente tredicenne Jodie Foster al protettore Harvey Keitel; dal mago Peter Boyle al caratterista Albert Brooks. L’unica a stonare lievemente è forse la bella Cybill Shepherd, fin troppo impassibile nel ruolo di Betsy.

La storia di Taxi Driver è quella di Travis, reduce del Vietnam, tassista di notte per combattere l’insonnia e disadattato alla disperata ricerca di una missione da compiere per dare un senso alla sua vita. Non importa quale, tanto che Travis passerà dal tentativo di sedurre Betsy al maldestro e delirante progetto di uccidere un candidato alla Casa Bianca.

Betsy viene idealizzata come perfezione femminile in un mondo completamente marcio. Il senatore è il simbolo del potere e di un sistema lontano dalla gente comune. Ma la vera missione di Travis sarà redenzione di Iris, la baby prostituta interpretata dalla Foster, propedeutica al bagno di sangue finale.

La ribellione di Travis in Taxi Driver non ha niente di intellettuale e rivoluzionario, è puro istinto. Neppure lui, in un vuoto che è tanto esistenziale quanto culturale, riesce a trovare le parole per descrivere il suo malessere. Emblematica la splendida scena in cui chiede consiglio al mago, uomo d’esperienza altrettanto incapace di esprimere alcunché di umano.

Le scene entrate nella leggenda sono tante, da quella già citata ai monologhi allo specchio; dall’acquisto delle armi alla distruzione del televisore, fino al cliente pazzoide che progetta di uccidere la moglie fedifraga. L’uomo è interpretato dallo stesso Scorsese in un riuscito cameo.

E altrettante sono le occasioni di apprezzare la mano di Scorsese, qui al suo meglio; dalle soggettive del taxi che taglia in lungo e in largo New York di notte, all’insistita zoomata sull’aspirina nel bicchiere, simbolo dell’alienazione di Travis. Dalle ripetute scene allo specchio fino al devastante finale con il rosso del sangue volutamente desaturato.

L’espediente fu utilizzato per evitare problemi con la censura, ma nelle mani del regista diventa un’ulteriore occasione di stupire. Perfette anche le atmosfere create dalle musiche di Bernard Herrmann, compositore già caro a Hitchcock.

Molte le curiosità legate alla pellicola. Robert De Niro, all’epoca in pieno furore da Actor’s Studio, si calò del tutto nella parte; studiò varie malattie mentali e lavorò per sei mesi come tassista a New York. La scena allo specchio – un vero cult – fu totalmente improvvisata dall’attore americano. Il monologo conquistò Scorsese che volle mantenerlo così com’era.

Taxi Driver fu premiato con una pioggia di riconoscimenti, come la Palma d’Oro a Cannes; incredibilmente non vinse nessun Oscar, limitandosi a quattro nomination. Probabilmente la tematica era troppo ostica per un premio tanto popolare.

Per il ruolo di Jodie Foster si era pensato inizialmente a Melanie Griffith, che rifiutò. Jodie, dodicenne all’epoca, per ottenere la parte dovette sostenere un colloquio di quattro ore con uno psichiatra. In alcune scene particolarmente scabrose, Jodie venne sostituita da una controfigura, che peraltro era Connie, la sua sorella maggiorenne.

Molte furono le tecniche di ripresa innovative per l’epoca; ad esempio quando Travis telefona e la macchina da presa si sposta al corridoio, o quando Robert De Niro è nel deposito dei taxi e l’inquadratura smette di seguirlo per soffermarsi su altri particolari. La tecnica segue la teoria dello sguardo libero dell’autore utilizzata per la prima volta da Orson Welles in Quarto potere.

Taxi Driver è un vero capolavoro, un’opera irripetibile.

L’articolo è stato pubblicato, in una prima versione, qui.

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