Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Le grandi disfatte di Roma: la Battaglia delle Forche Caudine

Le grandi disfatte di Roma: la Battaglia delle Forche Caudine

Primo appuntamento con la rubrica sulle grandi disfatte di Roma antica, la rubrica che racconta le battaglie come fossimo al bar. Oggi tocca alla celebre Battaglia delle Forche Caudine.

Vi è mai capitato di dover passare sotto le “forche caudine”?
E, soprattutto, ove ciò sia successo, vi siete anche chiesti cosa diamine siano le “forche caudine”? Oggi, con questa frase, si allude al dover affrontare una situazione particolarmente umiliante e mortificante. Come per tanti modi di dire, bisogna tornare molto indietro nel passato, precisamente nell’Italia del 321 a.C., quando Roma si stava affermando.

All’epoca, le guerre erano il pane quotidiano (mica come oggi… ehm). Roma aveva già sul groppone qualche secolo di storia, ma era relativamente giovane, e i conflitti coi popoli confinanti erano continui e violenti. In particolare, in quegli anni, si combatteva la Seconda Guerra Sannitica, contro gli irriducibili Sanniti.

Nell’ambito del conflitto, i Sanniti guidati dal fine stratega Ponzio, si rendono protagonisti dell’episodio che diverrà proverbiale. L’esercito romano, condotto dai consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino, si sta spostando da Capua a Benevento, quando incappa in alcuni pastori.

Questi convincono i consoli che i Sanniti stanno assediando la città amica di Luceria (la Lucera di oggi), e l’esercito muove subito in quella direzione per portare aiuto agli alleati.

Quello che i due consoli non immaginano è che, in realtà, i pastori sono spie inviate da Ponzio, e che la storiella su Luceria è una colossale balla.

Non solo, senza sospetto alcuno e preso dalla fretta, l’esercito si infila allegramente nella trappola. Per accorciare la strada, infatti, i militari decidono di passare per una strettissima gola, separata da una seconda da una radura.

Il posto, situato presso Caudium, dà il nome alla “Battaglia delle forche caudine” e di seguito al modo di dire. Dove fosse situato precisamente non è tuttora appurato con sicurezza.

Arrivati qui, i romani si rendono conto della trappola: il canyon è stato ostruito dagli uomini di Ponzio, che nel frattempo hanno fatto lo stesso all’ingresso della prima gola, tagliando all’esercito ogni via di fuga.

I romani hanno fatto la fine del topo e i Sanniti, dalle alture, li deridono.

L’esercito organizza – quasi in automatico – il campo per prepararsi a combattere, ma la realtà è chiara: non hanno nessuna possibilità. Nel frattempo, però, anche Ponzio ha i suoi pensieri: il piano è riuscito forse al di là delle previsioni, e ora non sa bene cosa fare dei nemici. Erennio, il padre, si è ritirato ma è ancora ritenuto il più saggio dei Sanniti e viene interpellato.

La sua risposta sembra echeggiare il detto “fa bel tempo se non piove”, ma in realtà è molto sottile. In breve, Erennio dice: o li annientate o li lasciate andare. Nel primo caso la vittoria sarebbe schiacciante, ma si tirerebbe dietro forse altre violenze, nel secondo i Sanniti guadagnerebbero la gratitudine di Roma e margine nelle trattative.

Ponzio, che è ottimo stratega militare ma forse meno psicologo del padre, non capisce e prende una terza via, decidendo di umiliare i nemici.

Quando i romani propongono la resa, Ponzio gli impone l’umiliante “subiugatio”, il passaggio sotto il giogo, ovvero due lance infisse a terra, sormontate da una terza orizzontale, sotto cui i militari, nudi e senza armi, devono passare chinando il capo.

L’umiliazione è senza precedenti, tanto più che i soldati vengono anche – secondo Tito Livio – fatti oggetto di violenze e abusi; qualcuno ci lascia pure la pelle.

I romani dell’epoca prendono l’onore tremendamente sul serio, un sentimento che di solito non porta a nulla di buono. A Roma ci sono addirittura spontanee manifestazioni di lutto: vengono chiuse le botteghe e sospese le attività del Foro. I senatori tolgono il laticlavio e gli anelli d’oro. Ci sono proposte di non accogliere gli sconfitti in città e soldati ufficiali e consoli si chiudono in casa, tanto che il Senato deve nominare un dittatore per l’esercizio delle attività politiche.

Ovviamente, tutto ciò porterà nuove guerre e nuovo sangue, a echeggiare le previsioni di Erennio. E ancora oggi, dopo oltre duemila anni, “passare sotto le forche caudine” evoca l’immagine stessa dell’umiliazione.

𝗜𝗟 𝗗𝗜𝗣𝗜𝗡𝗧𝗢

Il dipinto che ho scelto per questo breve racconto è un dettaglio di “Romans Under the Yoke” del 1858, di Charles Gleyre. Gleyre, pur essendo in possesso di una solida tecnica accademica e dipingendo spesso scene ispirate alla classicità, fu un grande e munifico sostenitore dei primi impressionisti, a cui spesso in qualità di Maestro non faceva pagare la retta.

Un’altra curiosità, in realtà il dipinto – che vi mostro solo in un particolare, raffigura la Battaglia di Agen.

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