Andrea La Rovere

Ci sono storie bellissime ma sconosciute, fino a quando qualcuno non le racconta

Dolgopolov, il genio folle del tennis

Dolgopolov, il genio folle del tennis

Una mia grande passione è quella per il tennis. Spesso ne parlo in modo serio su Auralcrave. Qui però voglio prendermi la libertà di parlare dei campioni che piacciono a me, e di farlo ironicamente.
Comicio da Alexander Dolgopolov.

Spesso si tratta di tennisti che hanno vinto poco o niente, quasi sempre per inconsistenza caratteriale. E spesso abbinando a scarse doti mentali un talento fuori dal comune e dalle righe. Una pattuglia di folli della racchetta che amo più dei soliti che si contendono coppe, record e bagni di folla.

Di quelli si parla già abbastanza ovunque.

Uno dei pezzi forti della mia pattuglia di pazzacchiotti della racchetta è Alexander Dolgopolov. Vi propongo il video di una partita che è il simbolo di una carriera fulminante e fulminata; un susseguirsi di lazzi, frizzi, squarci di bellezza sublime, puntualmente frustrati dal mancato lieto fine. La partita è quella persa malamente contro Djokovic a Miami nel 2015, dopo avergli fatto presagire un ricovero nel manicomio serbo per un set e mezzo.

https://www.youtube.com/watch?v=7ASGhWMFg6c

Spesso mi capitano sotto gli occhi – che non posso fare a meno di strabuzzare in orrenda smorfia da torture dell’Inquisizione – post di pseudo espertoni che blaterano di talento. Faccia di chi ne ha viste tante, e italiano di chi ha visto pochi testi di grammatica, costoro si gettano improvvidamente a spiegare a chi – obiettivamente – ne sa di più, cosa sia il talento.

Inevitabilmente, tra chi strepita “Ah, Fognini col talento che ha batterebbe i primi tre da solo mentre si fa una birretta!” e chi azzarda “McEnroe non vale un’unghia di Federer!” – sic – si finisce in rissa da osteria. Quando va bene.

Beh, di fronte a tanta pochezza, in verità vi dico: guardatevi qualche spezzone di Dolgopolov, per capire cosa sia il talento.

Ormai sparito dai radar, se non in sparsi post su Instagram dove inalbera la classe e la misura di un Don Antonio Polese giovine, il buon Alexander incarna come forse nessuno nel tennis quasi osceno di oggi l’archetipo del genio e della sregolatezza. Perseguitato da una misteriosa malattia del sangue che ne ha sempre depotenziato le possibilità, e ancor più da una costanza mentale che brilla di luce fulgida per la propria assenza, Dolgopolov si pone alla vista come curioso incrocio di una Madonna delle icone balcaniche, il cattivo di turno di una puntata di Walker Texas Rangers e uno degli eleganti sposini del Castello delle cerimonie.

Ma non vi inganni l’aspetto, la sostanza è ancora più inquietante.

Dotato di un fisico asciuttissimo e di un braccio – ah, che meraviglia! – che frulla impazzito colpi tecnicamente privi di senso, fa dell’incredibile varietà e imprevedibilità di gioco una sorta di religione. Il servizio è da cineteca, da guardare e riguardare al rallentatore, se non altro per capire come faccia a non spedire la palla oltreoceano ogni volta, con l’assurdo movimento a molla da pupazzo impazzito.

Dolgopolov lancia la palla in aria, poi sembra prenda la scossa elettrica, per poi colpire con violenza inusitata. Risultato: uno dei servizi più pericolosi, per velocità, piazzamento e lavorazione, dell’intero circuito. Il dritto di Dolgopolov è potente e preciso e spesso improvvidamente choppato; se solo provaste a rifarlo la domenica al circolo, vi sloghereste i polsi come minimo.

Il rovescio è forse il marchio di fabbrica; piatto e bimane, alterna foglie morte à la Mecir a improvvise rasoiate che squarciano il campo come Fontana faceva con le tele; tagliato, con una sviolinata imprevista degna di Uto Ughi, con effetto maligno a uscire dal campo.

E a far uscire di testa gli avversari, morendo praticamente senza rimbalzo. Il drop shot è la sua ossessione, con assurde palombelle che muoiono a pochi centimetri dalla rete, per poi prendere di lato direttamente tra le braccia dei raccattapalle, con traiettorie sghembe quanto il sorriso da pazzo che dipinge il volto del Nostro, come a dire: “Chi se ne frega se sono sotto 5-0, la gente viene per applaudire me!”

https://www.youtube.com/watch?v=AjmWfe5CBvA

I punti deboli di Dolgopolov sono pochi, ma incorreggibili; una certa timidezza nel prendere la rete – dove peraltro è dotatissimo – per chiudere presto il punto, un fisico sbilenco come pochi se ne sono visti tra i professionisti di qualsiasi sport, e una paurosa deriva mentale. A volte pare praticamente un pazzo che vaga per i campi. Completa il quadro un’inquietante assenza di qualsiasi pertinenza tattica e strategica.

L’incontro di Miami del 2015 qui proposto lo vede inizialmente fare scempio di Djokovic.

Il serbo sembra appena uscito da una seduta di elettroshock: si guarda attorno spaesato, lancia pallate al pubblico, spacca racchette col suo celebre savoir fare, rimediando warning e penality point. Dolgopolov fa e disfà come da copione, va avanti di un set, è 3-0 nel secondo e ha la palla del doppio break per andare 4-0 e servizio, Novak sembra quasi voler chiamare la mamma, prendere il tubo di palline e andare via lasciando pure il campo da pagare. All’improvviso, complice un guaio a un piede, arriva il tipico e temuto blackout di Dolgopolov, sempre in agguato come la nuvoletta dell’impiegato di Fantozzi. Non vince praticamente più un punto e cede 7-5 6-0.

A noi che ne sappiamo di più – e mi affretto perché tra poco vengono a rimettermi la camicia di contenimento – la soddisfazione e il ghigno da folli di sapere che l’oscuro Dolgopolov ha più talento nella sua orrida crocchia da samurai ucraino, che il numero uno del mondo in tutto il suo corpo macina record.

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